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Ci sono fondi in India che aspettano proprio noi

L'India è il Paese dei contrasti. Troppo ricchi alcuni, troppo poveri altri. Ma il suo percorso verso la modernità continua e passa anche attraverso la crescita dei consumi: vale 490 miliardi di dollari il mercato indiano del retail oggi, e promette di crescere di almeno il 6% all'anno da qui ai prossimi dieci anni.

Noi italiani siamo produttori di pasta, salsa di pomodoro e parmigiano. Ma non dimentichiamoci che siamo anche grandi esperti dei macchinari che questi prodotti li confezionano. Per queste imprese l'India ha una buona notizia: il governo ha stanziato fondi ad hoc.


Nel 12esimo piano quinquennale di sviluppo di New Delhi (un vezzo di stampo comunista, per quella che è la più grande democrazia al mondo)  si prevedono investimenti pubblici (pub-bli-ci) per un miliardo di dollari, destinati allo sviluppo del settore del food processing.

Un miliardo non è poco già di suo. Ma a questo bisogna aggiungere gli investimenti in tecnologia per gli imballaggi e la conservazione che le multinazionali del comparto alimentare sono obbligate a fare, se vogliono riuscire a portare i propri prodotti in India. Dove la catena del freddo è un terno al lotto al di fuori delle grandi città, il trasporto su strada prevede tempi biblici e la distribuzione si disperde in infiniti rivoli di piccole botteghe familiari.

L'anno scorso, in soli sette mesi, giganti come Nestlé o Domino's (quelli della pizza) hanno speso più di due miliardi di dollari per acquistare i macchinari necessari a portare i loro prodotti sulle tavole dei consumatori indiani.

L'Italia è leader in questo campo tecnologico. L'India (e chi in India investe) invece di queste tecnologie ha grande bisogno. Credo si possa combinare l'affare.